Riti e Feste

Tutti i morti in Sardegna. Usanze, miti e leggende sul mondo degli spiriti

14 ottobre 2018
Tutti i morti in Sardegna

Viaggio nel mondo degli spiriti: la festa di tutti i morti in Sardegna

In Sardegna i morti hanno da sempre goduto di grande attenzione e rispetto e indotto, talvolta, un briciolo di timore. Coerentemente con la fede religiosa, il momento del trapasso veniva considerato un passaggio di transizione verso lo stadio evolutivo della gloria. Non è un caso che in sardo il morto venga tuttora chiamato su biadu, il beato, e che le condoglianze siano date con la frase: a du connoschede in sa groria (trad. lett. speriamo di ritrovarlo nella Gloria – Paradiso).

Le anime erranti e senza meta, alcune tipologie di spiriti e donne-vampiro popolano frequentemente i racconti e le leggende che in tutta la Sardegna si tramandano, con varianti diverse, di generazione in generazione.

Perché parliamo di questo? Non solo perché si sta avvicinando il “mese dei morti” ma soprattutto perché sono convinto che la conoscenza di un territorio non debba limitarsi a ciò che superficialmente può essere afferrato con il solo ricorso ai cinque sensi ma che sia necessario, invece, indagare un po’ più a fondo la cultura, le tradizioni e le credenze di un popolo.

E’ questo il motivo per cui oggi faremo un viaggio particolare, quasi antropologico, alla scoperta di un elemento ricorrente nella cultura sarda, quello della morte e dell’universo di creature fantastiche ad essa riconducibili, fino a parlare delle usanze che ancora si ripetono in occasione della festa di tutti i morti.

Iniziamo dai simboli visivi. Se prendiamo in esame gli elementi del patrimonio culturale materiale notiamo che, oltre ai Nuraghi, le testimonianze archeologiche più numerose e importanti dell’isola sono rappresentate dalle Tombe dei Giganti e dalle Domus de Janas, sepolture scavate nella roccia, a cui la tradizione orale ha solo successivamente assegnato la funzione di “casette delle fate”. Di fatto, però, al netto delle interpretazioni fantasiose si tratta pur sempre di tombe, ovvero, luoghi deputati ad accogliere le spoglie dei nostri antenati.

Ma è relativamente al patrimonio immateriale che l’argomento si fa più intrigante. Osservando i i riti del carnevale possiamo infatti cogliere come questi ultimi non inscenino altro se non la morte e la rinascita della natura.

È così che l’uomo, quando non si trasforma in bestia per essere sacrificato, assume le sembianze di un essere antropomorfo che vaga senza meta, quasi avesse perduto il lume della ragione.

Se il carnevale ha un retrogusto decisamente pagano, i riti della Settimana Santa di palese origine spagnola, s’iscravamentu su tutti, celebrano con drammaticità la morte di Cristo per poi attenderne la resurrezione e la rinascita.

Tralasciando volutamente in questo articolo la figura enigmatica e per molti versi divisiva de S’Accabadora, a cui dovrei dedicare un post intero, vediamo brevemente alcuni dei principali elementi che hanno a che fare con la morte in Sardegna:

  • Dal canto de s’istrìa al latrato del cane: i segnali premonitori della morte
  • La morte e il lutto in Sardegna
  • Sa Rèula e il ballo dei morti
  • Tutti i morti e la festa dei defunti

Siete pronti ad affrontare insieme a me questo viaggio? Andiamo  😉 

Tutti i morti in Sardegna

Dal canto de s’istrìa al latrato del cane: i segnali premonitori della morte

Tra i più temuti segnali che lasciavano presagire l’arrivo imminente della morte c’è senz’altro il canto di alcuni uccelli notturni.

La credenza popolare assegna agli animali la capacità di fiutare, più di chiunque altro, l’odore della morte e, in virtù di questo, il verso de s’istria, insieme a quello del cuccumiao o del passero solitario venivano ritenuti segni terribili da tenere in attenta considerazione. La principale portatrice di sventura era senza dubbio s’istria (in italiano: la strega) il cui canto notturno marcava inevitabilmente la fine della vita di qualcuno.

Una signora anziana, oggi scomparsa, mi disse una volta che in passato quando si udiva il canto de s’istria bisognava subito adottare alcuni accorgimenti precauzionali che consistevano nell’incrociare le gambe sul letto in una maniera ben precisa. In questo modo si sarebbe riusciti ad annientare l’effetto del canto ferale. A seconda dei casi, una persona poteva anche non morire ma cadere in uno stato detto di istriadura, caratterizzato da malessere generale, depressione e apatia. Per venirne fuori occorreva sottoporsi a un ciclo di suffumigi a base di erbe benedette e preghiere liberatorie.

Altri presagi di sventura erano dati dal latrato dei cani che, se la notte abbaiavano davanti alla porta di qualcuno, ne annunciavano l’imminente dipartita, dal gallo che cantava prima della mezzanotte e dal gatto che assumeva atteggiamenti tristi e apatici.

Ulteriori segnali poco rassicuranti erano rappresentati da una stella luminosa particolarmente vicina alla luna, dalla luna stessa circondata da un alone rossastro oppure dal periodo in cui cadeva la pasqua che, se capitava di marzo, poteva risultare di estremo malaugurio tanto che Pasca marzale annada mortale, per non parlare dell’anno bisestile per cui valeva il detto annu bisestu annu funestu.

Tutti i morti in Sardegna

La morte e il lutto in Sardegna

Quando arrivava la morte, tutta la comunità si stringeva attorno alla famiglia del defunto e il lutto seguiva procedure stabilite. In antichità il corpo della persona deceduta veniva adagiato su un tavolo, sopra un tappeto chiamato Tapinu ‘e mortu. Ne restano pochissimi esemplari, alcuni sono esposti al Museo Regionale dell’Arte Tessile di Samugheo.

Attorno al defunto si riunivano le parenti più strette, le vicine di casa e altre donne  remunerate che piangevano e si contorcevano in canti e grida disperate dando forma a un clima di grande coinvolgimento e pathos. Queste prefiche erano le Attitadoras e il canto da loro inscenato si chiamava per l’appunto S’Attidu (il pianto).

 

I colori del lutto erano il nero e, strano ma vero, il giallo che spesso tingeva i fazzoletti e le bende che incorniciavano il viso delle donne.

Gli uomini, in segno di lutto, si lasciavano crescere la barba e non la potevano accorciare prima che fosse decorso un certo tempo. Allo stesso modo le donne erano tenute a portare il lutto per un numero di anni che variava in funzione del grado di parentela con la persona scomparsa. 

Durante il funerale le campane suonavano a morte con tocchi sordi e lenti e si diceva est repicande a mortu proprio per indicare quell’inconfondibile suono triste e angoscioso.

Il morto veniva vegliato giorno e notte mentre parenti e amici avevano il compito di procurare ai famigliari più stretti il pranzo e la cena per diversi giorni. Era usanza che agli uomini che si intrattenevano la sera nella casa del defunto venisse offerto da bere po s’anima de su biadu.

Dopo il funerale si rientrava nell’abitazione del morto dove veniva offerto il caffè accompagnato dai biscotti sardi. Questa tradizione sopravvive ancora assieme a quella di regalare, in occasione della messa del primo mese, da parte dei famigliari ai parenti e agli amici stretti, pacchi di caffè, zucchero, pasta e altri generi alimentari.

Tutti i morti in Sardegna

Sa Rèula e il ballo dei morti

Nei racconti e nelle leggende sarde le anime dei morti non abbandonano del tutto il regno dei vivi ma continuano a manifestarsi, di tanto in tanto, in apparizioni, consessi notturni e balli.

Tra le leggende più diffuse c’è quella de Sa Rèula, una processione silenziosa di anime che percorrono le strade buie dei nostri paesi fino a giungere sotto casa di qualcuno da portare via. Sa Rèula era temutissima così come il ballo dei morti. Si narra che, soprattutto nei pressi delle chiesette di campagna, alcune anime si riunissero la notte per dare vita a un ballo tondo.  Rispondere all’invito di entrare a far parte del cerchio equivaleva a sottoscrivere la propria condanna a morte per cui, quando ci si imbatteva in un ballo dei morti, la soluzione era solamente una: pregare.

Le leggende sarde sono popolate di anime e spiriti errabondi, pensiamo alle panas, le donne morte di parto che, vestite di bianco, pare si facessero notare la notte, tra l’una e le tre, nei pressi dei fiumi dove lavavano i panni mentre intonavano una triste ninna nanna. Mai distrarle o interrompere la loro litania perché la punizione sarebbe potuta essere delle più tremende.

 

Un’altra creatura che popolava le notti sarde era quella de Sa Surbile, la strega-vampiro che andava a caccia di bambini non ancora battezzati per succhiargli tutto il sangue. Contro di lei si potevano adottare alcuni accorgimenti come quello di posizionare vicino alla culla una falce dentata poiché Sa Surbile, che sapeva contare solo fino a sette, in questo modo si sarebbe confusa e sarebbe rimasta lì fino all’alba nel tentativo di finire il conto per poi sparire con i primi raggi di sole.

La singolarità della festa di tutti i morti in Sardegna

La festa di tutti i morti, che ricorre ovunque il 2 Novembre, in Sardegna è segnata da tradizioni del tutto singolari. Nel mio paese, la sera del 1 novembre, dopo il tramonto, i bambini si organizzano in gruppetti e fanno il giro delle case per chiedere dolcetti, caramelle e frutta di stagione come noci, melegrane e fichi secchi. All’unisono recitano una cantilena: Animas de prugadoriu, Ave Maria che tradotto potrebbe suonare come “Siamo le anime del purgatorio, Buonasera” (Ave Maria era infatti il modo con cui si salutava quando si entrava in casa d’altri).

Vietato non aprire la porta ai bambini e nemmeno non dargli qualcosina, in quel momento loro rappresentano le anime dei nostri cari. Si tratta di un rito che in alcuni paesi si chiama Su prugadoriu, in altri Su mortu mortu o Sas animeddas.

Questa tradizione esiste da sempre e non è una mutuazione del dolcetto&scherzetto di Halloween anche se le radici potrebbero essere comuni.

Tutti i morti in Sardegna

La stessa notte, credo in tutti i paesi dell’isola, sopravvive ancora l’usanza di apparecchiare la tavola e preparare una ricca cena per sas animas a base di gnocchetti conditi con sugo al pomodoro e pecorino. Si pensa, infatti, che i morti quella notte facciano ritorno nelle proprie case a banchettare e proprio per questo bisogna fargli trovare qualcosa di pronto da mangiare.

Una curiosità: la regola vuole che sulla tavola imbandita non debbano esserci coltelli, mai lasciarli accanto ai piatti, poiché le anime potrebbero farne un uso sbagliato.

E se i morti non si presentano? Non si butta via nulla e il pasto viene consumato il giorno successivo dai vivi  😆 

In diversi paesi della Sardegna si usa anche preparare dei dolci speciali per i morti, come i pabassinos o sos ossos de mortu che però, guarda caso, vengono anch’essi mangiati dai vivi  🙂 Insomma ogni occasione è buona per riempirsi la pancia  😆 

E da voi ci sono tradizioni particolari per la festa di tutti i morti? Fatemi sapere, sono curioso  🙂 

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