Mood&People

Riscoprire la bontà del pane fatto in casa? Robadanatti!

28 agosto 2018
Robadanatti

Il rapporto tra cibo e tradizione: quattro chiacchiere con Robadanatti

Indovinate un po’ dove vi porto oggi? Alla riscoperta dei piaceri della tavola, quelli più antichi e genuini. Sarà questo un viaggio culinario che non intraprenderemo in solitaria e allo sbaraglio ma, al contrario, ci faremo accompagnare da Nat, all’anagrafe Natascia Mura, originale storyteller e food blogger sarda con all’attivo numerose esperienze di ricerca e pratica nel campo della cucina tradizionale cosiddetta “povera” poiché fatta di ingredienti semplici, provenienti dalla campagna, ricchi di gusto e significato. Ad essere sinceri, liquidare Nat (sì, è proprio quella del blog Robadanatti) come una semplice food blogger, con tutto il rispetto per i food blogger che compiono un eccellente lavoro di documentazione, potrebbe risultare riduttivo. Lei fa molto di più, per questo mi ha incuriosito e ho deciso di intervistarla. Sapete che Sardinia Mood va sempre a caccia di eccellenze e particolarità, no? 😆  E così, mentre Nat impasta il pane sul tavolo della nonna, tra un canovaccio e una spolverata di farina, io mi armo di penna e taccuino, faccio domande e prendo appunti  🙂
 

1) Allora Nat rompiamo il ghiaccio: tre aggettivi per descriverti. Dopo parliamo di Robadanatti

Mmm solo tre? Dai, perdonami se barerò aggiungendone qualcuno in più sotto forma di parola composta  😀 Dunque potrei dire di essere:

  • Artigiana-Creativa perchè sono alla continua ricerca di soluzioni e amo inventare ricette, ricicli e accrocchi contro la noia e la banalità delle cose ovvie. Mi piace cucire, cucinare, fotografare, lavorare all’uncinetto, scrivere e fare giardinaggio. A volte anche tutto insieme, ahahah, questo non lo scrivere sennò mi prendono per pazza  🙄 
  • Aliena-Visionaria perchè credo che l’umanità abbia qualcosa di spiritualmente elevato al di là delle religioni e delle filosofie. Sono dell’idea che fermarsi alle istruzioni di partiti e sussidiari epocali sia riduttivo, inaccettabile. Il mondo ha bisogno di credere nella bellezza, di SpuntiDiVista, di cose e persone senza troppi schemi di partito e/o di religione. E di pensiero laterale, aggiungo, per rimediare ai guasti prodotti in questo secolo caratterizzato da audaci prepotenze esiti di un moderno consumismo.
  • Incasinata è forse l’aggettivo che mi rappresenta di più. D’altronde sfido chiunque a non incasinarsi nel fare contemporaneamente un lavoro d’ufficio, la mamma e la blogger 😀 Non sto cercando alibi, giuro  😆 
 

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2) Un ricordo di quando eri bambina legato alla cucina

Ah la cucina delle mie nonne, semplice, profumata e fatta di poco, di cibo fresco che proveniva dalla campagna o acquistato dai piccoli produttori di paese. Il ricordo più intenso è legato al pane e ad altri rituali classici con annessi profumi indelebilmente fissati nella mia mente e nelle mie narici, come quelli emanati dalla preparazione dei ravioli e delle lasagne, o quelli della conserva di pomodoro e del basilico. Ricordo talmente bene quei profumi  e quell’atmosfera magica e creativa che se chiudo gli occhi mi sembra di risentirli come allora.
Ma c’è un ingrediente che non poteva mai mancare nella credenza di mia nonna: il lievito madre! E nemmeno nella mia di credenza può mancare. Una volta al mese si faceva il pane, tanto pane, e i biscotti più buoni del mondo, credo ne sfornasse a quintali viste le decine di barattoli di latta da riempire. E anche quei contenitori, avevano un loro perché, oggi profumano di nostalgia. Anche la mia cucina è così e, sebbene moderna e metropolitana, ha quello stesso tavolo di legno grezzo che usava nonna per fare il pane, la sua mensolona per appendere mestoli e padelle in rame, le sedie impagliate a mano e persino i piatti sbeccati e le tovaglie ricamate che uso quotidianamente. Il bello e l’antico sono culti da coltivare ogni giorno.
 

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3) Un piatto della tradizione che ami particolarmente

Mah … in realtà sono curiosa di tutto, quando giro assaggio sempre la qualunque anche se in casa mangio molto light. Prediligo i cibi semplici, poco manipolati e non mi piace la carne; l’unico piatto che adoravo mangiare era il cinghiale, così morbido e selvatico insieme, ma in generale preferisco i piatti in cui sia chiaramente possibile distinguere i sapori, senza troppe spezie o sale. Per me la tradizione è legata alla semplicità di paese. Da piccola ci passavo le estati e questo ha lasciato una traccia multistratificata in me. Potrei mangiare fichi e more a tonnellate, casizolu e pane pistoccu bagnato con l’acqua o valanghe di tiriccas. E pensare che da piccola quando portavo a scuola una di queste squisitezze venivo squadrata dalla testa ai piedi manco fossi un’aliena. Ma in un’epoca di kinder e mulino bianco di cosa ci stupiamo?
 

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4) Su Robadanatti pubblichi foto molto belle. Ti potresti definire una food photographer?

Se mi dovessi definire così sai quanti haters strabuzzerebbero gli occhi e la tastiera? Stiamo low profile please. Come piace ripetermi, sono una  photolover fin dai tempi delle gite scolastiche, quando scattavo foto come un’indemoniata con la macchinina usa e getta. Poi sono arrivate le digitali e ciao, lì è stato il delirio! Ora in borsa ho sempre la reflex a portata di scatto perché, anche se ha un bel peso, non si sa mai. In casa conservo memorie e pennine stracolme di foto, ero una instagramer già dal 1993 e non lo sapevo. Sai cosa mi piace? Mi piace provare a far guardare il cibo e altri dettagli, di atmosfere o oggetti, ricami, rifiniture che stanno sulla tavola. Mi piace mostrare quanto la tavola sappia comunicare preziosa bellezza per averne la piena consapevolezza e rispetto, dal punto di vista culturale, biologico religioso e antropologico.
Oddio, così sembro pesante, no? Il fatto è che molte fotografie che si vedono in giro sono prodotte, studiate a tavolino con lo scopo di esaltare magari la maestria dello chef, l’eleganza stessa della tavola, il colore del prodotto da commercializzare etc., e sono bellissime, perfette. Le mie foto invece sono emotive, reali, imperfette, come spesso lo sono anche le mie didascalie, spettinate, istintive, sanno di cibo che acquisto, preparo e mangio di lì a poco.
In quest’epoca di abbondanza e apparenza spesso la bellezza del cibo viene completamente fraintesa, si apprezzano torte e dessert come sculture di pongo e si ingeriscono zuccheri e coloranti senza chiedersi il perché. Studio naturopatia e nutrizione applicata al rapporto natura-nutrimento, sono secondo livello sommelier e socia slowfood da tanti anni. E’ un argomento che sento molto come madre, come storyteller e come  donna, da ben prima di avere un blog.
 

5) Il buon cibo, se anche bello, attira di più? Quanto conta oggi l’aspetto estetico? Non rischia di offuscare altre qualità (nutrizionali, di gusto, ecc.) o, al contrario, le mette in risalto?

E’ proprio quello che dicevo: fotografare il cibo ” emotivamente” significa esaltare, tramite l’immagine, cio’ che in realtà si gusterebbe con tutti e 5 i sensi insieme. Quindi è necessario molto impegno, un impegno sentito, non solo tecnico. E’ indispensabile che la foto sia ben fatta. Hai mai notato quante riviste o libri sul pane, per esempio, abbiano un corredo di foto pessime? Io lo trovo gravissimo, offensivo.
Per fare bene una foto, a mio avviso, è importante saper cogliere proprio il quid emozionale di ciò che si immortala. Detesto quelle prosospopee da intenditori e narratori titolati che poi aggiungono due foto sfocate tanto per. A quel punto meglio un bozzetto, uno schema a matita, perché la foto o è ben fatta o non ha senso.
Adoro la fotografia e mi infastidisce parecchio trovare foto di fake food. O meglio, mi infastidisce quando intuisco dallo scatto che la pasta è cruda, il minestrone è quello surgelato, il pane è da fastfood. Io ricerco l’educazione al bello e genuino, se quanto più vicino alla natura ancora meglio.
 

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6) Come va con ImpastiUrbani? Le persone sono consapevoli di ciò che mangiano?

Impasti Urbani è un bel progetto a cui tengo molto. Si muove con una ricerca che porto avanti dietro le quinte da anni. Ci sono corsi, convegni, libri da leggere , esperimenti e pezzi da scrivere. Ogni tanto organizzo laboratori, tempo permettendo, in un agriturismo, in case di amici o presso lo studio di un’amica nutrizionista dove impastiamo e lì parlo per tre ore  di fila fino a perdere completamente la voce 😯 
Ma devo ammettere che mi piace molto, per questo ci metto davvero tanta passione e amore. Nei miei laboratori di panificazione parliamo soprattutto di cosa significhi fare il pane in casa a della lievitazione naturale, della preparazione e della cura del lievito madre e della consapevolezza del fare un pane dal punto di vista nutrizionale, esperienziale e tradizionale.
Piu’ che soffermarsi ad adorare passivamente la tradiTzione, bisogna metterci le mani, sporcarsele un po’ per capire i tanti perché che si celano dietro questo bel fenomeno sociale che è sempre stato la panificazione, con un’attenzione alle farine, alla loro genesi, al grano, alle colture, alla  genuinità e alla storia, cose di cui non si sente parlare tanto in giro.
E per risponderti: no, le persone non sono tanto consapevoli di ciò che mangiano. A volte credono di esserlo perché studiano le schede tecniche riportate sulle confezioni, accanto al codice a barre, tutto qui, ma la consapevolezza è un’altra storia.
 

7) Vedi l’enogastronomia come un potenziale attrattivo per la Sardegna?

Assolutamente sì! E se non ci muoviamo subito noi sardi, c’è già chi da fuori ha fiutato la miniera di bontà inviolate che inconsapevolmente possediamo. Abbiamo tante piccole realtà che ancora producono, e con non pochi sacrifici, formaggi, dolci, pane e molto altro nel rispetto delle stagioni, delle tradizioni e della giusta  lentezza. Queste caratteristiche consentono di ottenere qualità e gusto come quelli di una volta, secondo l’antico “disciplinare” non scritto ma tramandato e riconoscibile da chi non metteva in pratica che quelle poche ma fondamentali regole. Anche sul piano turistico c’è tanto da offrire, specie se penso a quei turisti cosiddetti esperienziali e che “vogliono fare”, che sono sempre più numerosi, e ai viaggiatori che amano gustarsi il viaggio da dentro, da attori e non da semplici osservatori, che magari optano per spendere meno per voli e hotel di lusso ma non rinunciano a visitare luoghi e laboratori di degustazione e a provare a fare i lavori manuali in loco. Mi ha contattato da poco un tour operator straniero proprio per organizzare dei laboratori di panificazione in inglese, rivolti a gruppi di stranieri interessati, pensa che cosa carina  🙂
 

8) Come le piccole comunità potrebbero sfruttare questo patrimonio?

Aprendosi un po’ di più alla comunicazione, pur restando autentici, mantenendo il senso dell’orgoglio. Orgoglio  inteso come elemento di condivisione, scrigno dei tesori preziosi: manualità, artigianato, sapori, arte, saperi vivi e sinceri che sono giunti inalterati fino ai tempi nostri. Condividerli e tramandarli servirà a tenerli in vita. Credo che le chiavi per continuare ad esistere si possano riassumere con due termini, comunicare e comunità, due termini che, non a caso, hanno la stessa radice.
 

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9) Ti capita di essere invitata da alberghi o ristoranti per fare dimostrazioni su come si producono determinati alimenti?

Sì, soprattutto da bed and breakfast, per tenere dei laboratori di panificazione rivolti a grandi e piccini, a cui io rispondo ben contenta. Tutte le volte è un grande piacere!
 

10) Progetti futuri? Spoilera 

Emm…ci sono diverse collaborazioni in pentola e alcune proposte molto interessanti da vagliare, anche oltre l’isola, ma con calma. Sono una persona discreta e ho difficoltà ad espormi troppo, non amo  perseguire obiettivi per successo e visibilità. Mi piace portare avanti ciò in cui credo molto e questo, a volte, stride con la corsa alla fama veloce tipica del post modernismo, quindi mi ritiro nel mio mondo creativo e lavoro così. Se la cosa si fa troppo chiassosa o puzza di superficiale/commerciale, beh allora non è Robadanatti 😉 

Bene, l’intervista è finita e il pane è in forno. Nel frattempo che aspettiamo “sa cotta” vi ricordo che Robadanatti la trovate online:

sul suo blog;

su Instagram.

Seguitela nei suoi FoodTour e mentre prepara i suoi piatti, vi leccherete i baffi  🙂

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